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Tracce nella memoria emotiva: conseguenze di esperienze di deprivazione e traumi infantili

Tracce nella memoria emotiva: conseguenze di esperienze di deprivazione e traumi infantili

Il cervello è  formato dalla corteccia prefrontale e dalla corteccia primitiva: quella prefrontale è la parte che permette di pensare, ragionare, significare ecc..; quella primitiva, essendosi evoluta relativamente poco, è  la parte che provoca le emozioni più potenti, sia positive che negative.

Di fronte a certi stimoli, la corteccia primitiva provoca segnali di allarme, che predispongono il corpo ad una reazione di fuga o di combattimento. In situazioni di normalità, se il cervello superiore funziona bene, riesce a mitigare l’ emozione provata; in caso contrario succede che la corteccia arcaica prende il sopravvento, indebolendo così l’azione della corteccia superiore, colorando l’evento di emozioni come la paura, il senso d’allarme,  il senso di impotenza, la rabbia… Se ciò  dovesse accadere, l’ attività  mentale verrebbe sottomessa dall’ influenza  emozionale, in particolare dalla paura e dal terrore, come accade  ad esempio ai bambini che hanno ripetutamente vissuto esperienze  spaventose.

Più  specificatamente questa condizione è  imputabile  all’ amigdala, struttura del cervello, posta in corrispondenza dell’ orecchio, che ha il compito di percepire e dare valenza positiva o negativa agli stimoli che arrivano. Se l’amigdala percepisce la minaccia, scatta, inviando segnali di emergenza alle altre parti del cervello, predisponendo così  l’organismo, attraverso il rilascio di ormoni, a reazioni comportamentali.

L’ amigdala svolge anche la funzione di archivio della memoria emotiva: attraverso il confronto e per associazione, se dovessero emergere elementi chiave simili tra lo stimolo presente e quello passato, questi verrebbero considerati come quelli del passato, facendo così  scattare una risposta comportamentale analoga.

Questo sistema di memoria emotiva però risulta essere impreciso, con la conseguenza che l’ amigdala può  scattare precipitosamente, facendo si che la corteccia prefrontale non riesca a dare significato all’esperienza. Ciò comporta che l’emozione grezza viene scatenata indipendentemente  dal pensiero cosciente e prima di esso.

Il rischio perciò è che l’ amigdala può  accendersi anche in assenza di una reale minaccia: un bambino che nella sua quotidianità  vive la paura, il terrore e lo spavento, avrà  più  probabilità di attivare facilmente  questa struttura del cervello primitivo. In questi casi il bambino vive come una reale emergenza anche un semplice gesto, immagine o pensiero che lo riporta all’ esperienza terrorizzante del passato. Il risultato è che questi bambini iperattivati vengono tormentati da perenni stati di agitazione e paura.

La situazione risulta ancora più  grave per quei bambini che hanno subito traumi terrificanti: il cervello è  come se cadesse in uno stato di intorpidimento, tanto da isolarsi e spegnersi. È come se la continua attività dell’ amigdala e la conseguente attivazione corporea diventassero talmente intollerabili, perché estremamente dolorose, da inibire il sistema mente-corpo. Questo spegnimento comporta una inibizione della sensazione di dolore, anche perché  vengono rilasciati oppiacei con lo scopo di intorpidirlo. In situazioni molto gravi può avvenire una sorta di dissociazione, causata da una iperinibizione estrema. In questi casi possono essere messi in atto comportamenti crudeli e maltrattati nei confronti di altre persone o animali, senza provare quasi nessuna emozione ed è  come se la persona rimettesse in atto inconsciamente il proprio trauma. In questi casi l’amigdala funziona debolmente, causando un abbassamento dell’ attivazione corporea, favorendo una sorta di amnesia del passato traumatico e spaventoso. In questi bambini così danneggiati, bisognerebbe da subito proporre un supporto psicoterapeutico, in modo da aiutarli a sbloccarsi attraverso un rapporto di fiducia ed accoglienza con il terapeuta.

Dott.ssa Laura Meani