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L’ANSIA COME OPPORTUNITÀ DI CRESCITA

L’ANSIA COME OPPORTUNITÀ DI CRESCITA

L’ansia è uno stato emotivo caratterizzato da una sensazione di allarme e paura che insorge in previsione di una minaccia, reale o presunta, e che si caratterizza per sentimenti di disforia e sintomi fisici di tensione. La sua radice etimologica pone in evidenza la componente corporea di questo stato emozionale. Ansia deriva dalla parola latina angere, che significa “opprimere, soffocare, stringere”. I segnali fisici dell’ansia si rispecchiano in un’esperienza soggettiva di turbamento, apprensione, affanno.
Le problematiche connesse all’ansia sono tra le più invalidanti e diffuse. Ci sono molteplici forme in cui l’ansia si può manifestare, ognuna con una specifica origine, una particolare sintomatologia e una diversa evoluzione. Non è opportuno attribuire ad essa a priori una connotazione negativa, come sostiene Borgna: “C’è un’ansia evitabile e una inevitabile; c’è un’ansia distruttiva e una dotata di un senso che è necessario decifrare, e c’è un’ansia che fa parte della condizione umana e non è patologica”. Il passaggio dell’ansia “da madre attenta e previdente a matrigna dispettosa e crudele” (Canova F.) può essere lento e graduale oppure improvviso, ma non mai senza ragione, sebbene non sempre i motivi di un tale cambiamento appaiono in tutta evidenza e chiarezza.
L’ansia, nella sua connotazione disfunzionale, denota una condizione di crisi, ovvero un’incrinatura nel proprio intimo che, immerso nel malessere, perde coerenza ed efficacia. E tuttavia, allo stesso tempo, la crisi è un’emergenza esistenziale, che nasconde in sé, anche nelle condizioni di maggiore sofferenza, una forza vitale che può essere letta in termini maturativi: essa obbliga a maturare una più acuta capacità di analisi della situazione in cui l’individuo è immerso o dell’intera propria vita.
Alla base dell’ansia spesso c’è un conflitto tra bisogni, tra valori e costrutti. L’uomo in crisi può scoprire di nutrire un dubbio sui valori morali da seguire e sul valore complessivo della sua vita. Pensava di conoscere il proprio sé, scopre invece che non solo non l’ha mai conosciuto, ma che può perderne il controllo da un momento all’altro.
La crisi pone in luce l’instabilità del proprio sé, allo stesso tempo immerge l’individuo nel caos delle mille alternative possibili. E allora si scivola in un paradosso: pur essendo in crisi, l’individuo è allo stesso tempo un privilegiato, perché, non avendo più certezze, è più di altri nella condizione di poter scegliere (Ghezzani N.).
La sfida è quindi quella di entrare profondamente dentro di sé per ascoltare le proprie ferite ed accettare la propria umana fragilità, abbandonando un sistema rigido, basato su pregiudizi e costrutti, per costruire la propria storia partendo da sé, dalle proprie emozioni e dalla propria creatività.
Solo entrando in una relazione dialogica è possibile esplorare i modi di essere profondi e inserire l’ansia in un’area dotata di senso. Solo all’interno dei una relazione umana facilitante, di un incontro autentico tra un Io e un Tu che dà sicurezza e allontana la minaccia dell’isolamento e del rifiuto, la persona inizia ad esplorare i misteriosi ed invisibili paesaggi dell’anima, nei quali “si nascondono le infinite emozioni che danno senso alla vita” (Borgna E.). Come diceva Martin Buber: “L’uomo diventa Io a contatto con il Tu”, con un Altro-da sé con cui stabilire un dialogo autentico in cui fare un’esperienza umana e relazionale nuova, ristrutturante, un’esperienza emozionale correttiva. Un incontro che ha l’obiettivo comune della crescita del paziente, crescita che investe tuttavia anche il terapeuta il quale, impegnato nell’ascolto intimo del mondo esperienziale dell’altro, non può esimersi dal prendere contatto con la propria fragilità. E l’ansia, nel suo essere esperienza radicata nella natura umana, nella quale ciascuno di noi è imbarcato, diviene canale d’incontro che favorisce l’intuizione e l’immedesimazione, che mette a contatto cliente e terapeuta nel loro essere Persona: “L’ansia che colgo (intravedo) in questa paziente, non è qualcosa che mi allontani, o mi separi, dall’altro; ma è qualcosa che provo, e sento, in me e che mi avvicina all’altro: facendomi sentire in sintonia con un’altra esistenza e facendo franare, almeno in parte, la sua solitudine e la mia solitudine” (Borgna E.).
E così il setting terapeutico si configura come un luogo sicuro di cambiamento, fornendo i presupposti affinché un immenso potenziale di creatività si possa sprigionare inaspettato dalle profondità magmatiche del proprio sé e la tendenza attualizzate, inabissata in una spirale involutiva, possa riprendere il suo spazio naturale, donando all’individuo la libertà esperienziale.

Dr.ssa Federica Colombo

Borgna E. (2009), Le figure dell’ansia, Feltrinelli, Milano.
Canova F. (2005), L’ansia utile alleata. Quando ascoltarla, dove dirigerla, Edizioni San Paolo, Milano.
Ghezzani N. (2008), La logica dell’ansia. Empatia, ansia e attacchi di panico, FrancoAngeli, Milano.