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La vita è relazione

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Dai legami che sperimentiamo nella nostra famiglia di origine, ai primi scambi sociali con i coetanei e gli insegnanti, fino alle intense amicizie adolescenziali e ai legami affettivi tra uomo e donna, la nostra vita è profondamente segnata dalle relazioni che abbiamo e dalla loro qualità.

Relazionarsi con gli altri e condividere: niente al mondo ci appare più importante, più indispensabile per la nostra esistenza. Senza gli altri che nutrono la nostra vita siamo poveri, infelici, sterili. Come un palloncino senz’aria, ci sgonfiamo e perdiamo la nostra energia vitale.

Sebbene siano la fonte della nostra vitalità, tutti noi ci troviamo a dover fare i conti anche con le fatiche delle relazioni presenti e passate: le ferite dei nostri primi legami  parentali, le sofferenze delle relazioni attuali con partner, figli, amici, colleghi. La maternità è un esempio illuminante di quanto gioia e fatica siano compresenti all’interno dei rapporti. In un epoca caratterizzata da  legami fragili, instabili e mutevoli, una sfida importante risiede nell’imparare a  trovare un punto di equilibrio tra dare e ricevere, tra spendersi e proteggersi, tra chiedere ed aspettare, dando senso anche alle fatiche insite in ogni relazione.

Imparare a riconoscere le relazioni che ci fanno crescere, che sono “buone per noi” e saper prendere le distanza da quelle che fanno male, sono passaggi necessari alla nostra crescita psicologica.

Le relazioni sane sono caratterizzate più dalla cooperazione che dalla competizione, dal desiderio di far prevalere il bene per la relazione più che l’interesse dei singoli. Le relazioni sane sono fonte di vitalità, sono ciò che rende bella la vita, apportando nutrimento e calore. Esse uniscono vicinanza, rispetto e la possibilità di stare insieme con naturalezza, navigando tra difetti e virtù. Le relazioni ferite, invece, sono mortifere e rappresentano intoppi alla crescita perché non permettono il pieno soddisfacimento dei bisogni fondamentali propri di ciascun individuo: affetto, stima, autenticità, autonomia.

Acquisire consapevolezza di ciò che abbiamo ricevuto dai nostri affetti, ma anche di ciò che ci è mancato, possedere chiarezza rispetto a ciò che desideriamo e ai nostri reali bisogni, ma anche, avere il coraggio di mettersi in gioco nella nostra interezza, costituiscono i presupposti per creare e mantenere relazioni ricche ed appaganti.

Il bisogno di amore

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Il bisogno di affetto profondo e senza condizioni, rappresenta la nostra benzina. Molti comportamenti disfunzionali (dall’insicurezza al narcisismo, dalla compiacenza al narcisismo) e altrettanti sintomi psicologici (ansia cronica, fobie, attacchi di panico, depressione), hanno alla base un insoddisfatto bisogno di essere amati fino in fondo, senza “ma” e senza “se”.
Il bambino ha due necessità prevalenti: essere protetto nella sua debolezza ed essere accettato nella sua unicità. Un genitore troppo rigido e punitivo, ma anche ansioso e iperprotettivo, pone il bambino nella condizione di non potersi espandere, di non potersi canalizzare in modo autentico, per quelli che sono i suoi veri bisogni e le sue attitudini. L’accettazione, inoltre, non deve essere formale, ovvero un’espressione dei bisogni narcisistici dei genitori, ma un vero e autentico riconoscimento del bambino, anche nei suoi aspetti meno positivi. Se il bambino non è aiutato nei suoi sforzi ad individuarsi, a divenire cioè quel realmente è, si troverà costretto a sacrificare una fetta più o meno ampia della propria spontaneità vitale, aderendo alle richieste dei genitori, per evitare il rifiuto e il ritiro dell’affetto.
“Mamma e papà, mi avete voluto bene? Ma a quali condizioni?”. Per molti, la ricerca di una risposta a tale interrogativo, rappresenta uno stimolo (non sempre consapevole) ad iniziare un percorsa di riflessione su di sé, come la psicoterapia.
Il desiderio di trovare un’accoglienza profonda di quel che siamo ci accompagna per tutta la vita, o per gran parte di essa. Cerchiamo qualcuno che ci apprezzi per quello che siamo, con i nostri difetti e le nostre virtù, con le nostre risorse e i nostri limiti, che sappia accogliere la nostra gioia, ma anche la nostra rabbia, la nostra tristezza, le nostre lacrime, senza spaventarsi, senza rimanere deluso di noi. Qualcuno che sappia guardarci con stupore e contemplazione, come si guarda un tramonto.
Scrive Carl Rogers: “Le persone sono altrettanto meravigliose come i tramonti, se io le lascio essere ciò che sono”.
Non sempre tutti i genitori sono così accettanti e capaci di amare e valorizzare i figli. Anche loro hanno la loro storia, anche loro conservano il peso delle loro ferite. Ma se il ruolo dei genitori è prioritario sulla nostra crescita, esso non è esclusivo. Spesso nel corso della vita abbiamo la fortuna di istaurare altri legami significativi, potenti, che danno quel che madre e padre non hanno saputo o potuto dare, contribuendo a dare nutrimento a quella fame di amore che da sempre segna la storia dell’umanità.