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Ferite dell’anima

ferite anima
Ogni persona nel suo percorso di vita si confronta con le ferite derivate dalla crescita: relazioni infantili con adulti freddi e assenti o con genitori iperprotettivi e ansiosi, l’aver vissuto un lutto precoce o l’aver subito traumi di varia natura. Le cause del dolore nella crescita di un essere umano sono tante, forse inevitabili.
Oltre al rapporto con la famiglia, possono essere tante le occasioni che generano dolore alla nostra parte più intima e fragile: insuccessi scolastici che umiliano, relazioni difficili con i coetanei, fallimenti lavorativi, rapporti difficili con il partner, malattie invalidanti, separazioni significative e dolorose.
Per alcuni le ferite si traducono in sofferenze relazionali, dalla fatica a creare legami affettivi profondi e duraturi all’esperienza della dipendenza e dell’insicurezza. Ferite a lungo ignorate o trascurate, possono produrre sintomi che costringono la persona a guardare dentro di sé. Il sintomo rappresenta infatti una comunicazione dell’organismo, che si esprime attraverso la sofferenza di chi lo ospita. Qualunque sia il modo in cui si presenta (un attacco di panico, un’ossessione, un attacco bulimico, una difficoltà sessuale, una fobia, e così via) il sintomo si fa portavoce di un malessere che richiama l’attenzione verso la sua esistenza. Pur essendo spesso causa di profondo disagio, di svilimento e di perdita di fiducia in se stessi, il sintomo rappresenta anche un’opportunità per dare una svolta alla propria esistenza, dando accoglienza e ascolto alle lacerazioni e alle emozioni che lo accompagnano.
Aprirsi e non chiudersi è la grande sfida: riconoscere ed accogliere il proprio disagio e avere il coraggio di chiedere aiuto, se necessario, con la consapevolezza che non siamo né strani né gli unici a soffrire, ma che stiamo semplicemente contattando la nostra umana fragilità.

Perdite e lutto

perdita e lutto
Subire una perdita per allontanamento, distacco o morte di una persona a cui siamo affettivamente legati, è una delle esperienze più drammatiche dell’esistenza umana. Una perdita significativa è in grado di far scuotere le fondamenta della propria esistenza, di aprire una voragine sotto i propri piedi.
Per fare i conti con la separazione è necessario un doloroso e impegnativo “lavoro mentale”: il lutto.
Ogni persona vive un’esperienza unica e personale di lutto. La persona può sentirsi in balìa di emozioni intensissime e a volte contraddittorie, oppure sentirsi congelata, completamente paralizzata. Può cadere nel caos emozionale, intellettivo e comportamentale, e avere la sensazione di perdere la propria identità o di impazzire.
Il lutto è un’elaborazione interiore lenta e graduale, un processo essenziale per affrontare il dolore della perdita e ritrovare gradualmente la voglia di vivere.
Appena ricevuta la notizia della morte di una persona cara, nel momento in cui si subisce un abbandono sentimentale o si viene informati che la piccola vita che si porta in grembo ha interrotto la sua esistenza, una sensazione di confusione e stordimento cala come un manto su mente e cuore. Ci si sente impietriti, increduli, come se si stesse vivendo un brutto incubo.
Quando si matura la consapevolezza che quella perdita o quell’abbandono sono irreversibili, sono per sempre, la disperazione prende forma nella vita della persona. Compaiono sentimenti di intenso dolore, di inutilità, di apatia, paura, sensi di colpa e autorimproveri, senso di abbandono, solitudine. Ci possono essere anche momenti di rabbia, verso tutto ciò che si ritiene responsabile della perdita.
Il lutto può essere subito o può essere affrontato, può essere elaborato o può rimanere congelato, togliendo l’energia vitale necessaria per riprendere il proprio cammino di vita.
Non sarà facile, ma rimanendo a contatto con i propri sentimenti, vivendoli ed esprimendoli, si tutela la propria salute mentale. Quindi il lutto può essere affrontato e superato dando voce e forma alle proprie emozioni. L’unica maniera di far fronte alla sofferenza è soffrire. L’unico modo di gestire il dolore è attraversarlo.
Arriverà il momento in cui ci accorgeremo di godere nuovamente della vita, senza nulla togliere alla persona che abbiamo perso. Occorre arrivare all’intima convinzione che abbiamo diritto ad un’esistenza serena e a delle relazioni soddisfacenti, ricominciando a prendere contatto con la vita, uscendo dal guscio in cui ci si era rifugiati, per proiettarsi all’esterno facendo progetti per il futuro e ritrovando di nuovo piacere negli scambi sociali.

L’esperienza dell’ansia

ansia
L’ansia è uno stato emotivo caratterizzato da una sensazione di allarme e paura che insorge in previsione di una minaccia, reale o presunta, e che si caratterizza per sentimenti di disforia e sintomi fisici di tensione. Mobilissima e camaleontica oscilla nei suoi innumerevoli modi di presentarsi nel paesaggio mentale della psiche umana, da un ansia “normale”, funzionale alla crescita e al benessere dell’individuo, a una forma disfunzionale, fonte di disagio e sofferenza. È funzionale quando l’individuo è in grado di esercitare un controllo su di essa, conservando un buon esame della realtà e la capacità di mantenere una posizione attiva, cercando soluzioni funzionali con cui far fronte alle minacce che causano lo stato ansioso. Assume caratteristiche disfunzionali quando è accompagnata da vissuti d’impotenza, perdita del potere personale e passività nella gestione delle proprie emozioni. Da risorsa, potenzialità, si trasforma in un ostacolo che in varie forme può limitare il dispiegarsi naturale dell’esperienza, privando l’individuo della propria libertà.
L’ansia può radicarsi nell’esperienza umana assumendo diversi volti, in base alla forza e alla lunghezza del suo decorso. C’è una forma d’ansia che si radica nell’esperienza umana divenendo una parte ingombrante e logorante del vivere quotidiano, e c’è una forma d’ansia che sia abbatte sul fluire della vita umana come con un ciclone che sconvolge e devasta, come nel caso dell’attacco di panico. Non si esce indenni da una simile tempesta: la persona reduce da una crisi acuta, conserva il timore che la catastrofe possa nuovamente incombere, senza poter far nulla per prevederla e fermarla. Viene da sé che per evitare situazioni che si pensa possano provocarla, significa essere condizionati da qualche forza, non sentirsi liberi.
L’ansia, nelle molteplici forme in cui si può manifestare, è portatrice di un messaggio, sebbene esso non appaia in tutta evidenza e chiarezza. E’ necessario fermarsi a riflettere sul messaggio che questo sintomo sottende, per poterlo inserire all’interno di una cornice di senso: esso, infatti, può dirci molto su chi siamo e perché soffriamo.
L’ansia smaschera l’illusione di poter gestire la propria vita, le relazioni, il lavoro, solo con la ragione e la logica, imbrigliando il mondo emozionale. Dietro il sintomo geme la parte autentica di noi che chiede spazio.
La sfida è quindi quella di entrare profondamente dentro di sé per ascoltare le proprie ferite ed accettare la propria umana fragilità, abbandonando un sistema ipercontrollato e rigido, per costruire la propria storia partendo da sé, dalle proprie emozioni e dalla propria creatività.

Vivere la depressione

DEPRESSIONE
Ci sono momenti nella vita in cui, in seguito ad un dolore molto intenso (una perdita, una malattia) o a un fallimento (lavorativo o affettivo), il nostro equilibrio interiore vacilla, facendoci precipitare nel senso di vuoto, nell’apatia, nell’incapacità di reagire, come se fossimo risucchiati nel vortice di una forza oscura.
Sono momenti carichi di dolore e sofferenza, ma che sono parte integrante della natura umana e di cui facciamo inevitabilmente esperienza nel corso della nostra vita, contraddistinta dalle sue gioie e dalle sue fatiche.
Ben diverso quando la mancanza di vitalità ed energia, l’indifferenza, l’assenza di desideri, i pensieri negativi e la sfiducia fanno breccia nell’esistenza umana senza alcuna causa apparente e si protraggono per mesi, per anni. Superati i margini di una normale tristezza, entriamo nel terreno insidioso della depressione, un disturbo dell’umore che sconvolge la vita umana, avvolgendola di una fitta nebbia che rende incolore e informe ogni cosa.
L’assenza di emozioni positive, la scarsa voglia di vivere, la perdita di ogni motivazione, portano a rimuginare pensieri in modo ossessivo, a vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto, a un’inconsapevole distruzione di ogni fonte di vitalità e dei motivi per i quali si potrebbe essere felici.
Vivere con la depressione significa avere una compagna fedele che si accomoda dentro nel nostro animo e che, come un parassita, si appropria sempre di più della nostra esistenza del nostro spazio interno. A macchia d’olio si espande, ricopre, offusca e paralizza.
Nella società dell’efficiente, che tende a negare o a cancellare con ogni sorta di rimedio ogni forma di dolore e sofferenza, riconoscere e dare valore alle proprie zone buie diviene un compito salvifico importantissimo e coraggioso.

Il trauma

TRAUMA
Come quando un grosso meteorite che cade sulla terra lascia un buco enorme, provocando una frattura che dalla superficie si irradia fino a investire il nucleo profondo, così il trauma colpisce la nostra umanità, incide la nostra anima lasciando solchi che minano la nostra integrità.
Quando si parla di trauma psicologico si fa riferimento agli effetti sulla mente e sul comportamento prodotti da un evento fisico, psicologico o sociale altamente stressante.
Un disastro naturale (terremoti, alluvioni), guerre, il maltrattamento (fisico, sessuale, psicologico), un grave incidente, l’essere stati coinvolti in una scena violenta, ma anche un lutto infantile, un’ospedalizzazione vissuta in solitudine da bambini, una separazione precoce e duratura dai genitori … sono solo alcuni degli eventi traumatici a cui l’essere umano può andare incontro. Sono eventi nocivi che vìolano i nostri bisogni di sicurezza, facendo saltare le condizioni di base che ci fanno stare bene.
Un evento stressante diventa traumatico quando la nostra mente non è in grado di elaborarlo: si vive un’esperienza percepita come terribile, sconvolgente, incontrollabile, alla quale non si può dare alcuna risposta. Nella mente e nel corpo della persona si formano così “sacche” di materiale inelaborato e non esplorato. Un’esperienza muta, ma reale, che fa restare senza parole, senza risposte.
Il tipo di evento stressante, le variabili della vittima (età, autostima, caratteristiche di personalità), nonché la risposta soggettiva all’evento e il tipo di supporto sociale ricevuto, sono variabili importanti che influiscono sull’entità del danno provocato dall’esperienza traumatica. L’impatto è più devastante quando il trauma dipende dall’intenzionalità negativa di altri esseri umani, ancor peggio quando il carnefice è un parente stretto o una persona a cui si è affettivamente legati (come nel caso dell’incesto o della violenza domestica). In questi casi l’identità, l’immagine di sé e del proprio valore, subiscono una violenta incrinazione, e la vergogna, conseguente all’essere stati vittimizzati, è causa di un profondo senso di umiliazione e indegnità.
Il trauma attiva sempre emozioni forti, incontenibili, che la mente cerca di allontanare per proteggersi dal dolore, adottando meccanismi difensivi, come la repressione (l’evento traumatico viene allontanato e relegato in un angolo buio della memoria) e la dissociazione (l’evento viene raccontato con distacco, privato della sua componente emozionale). Si viene a creare una struttura mentale frammentaria, dove le emozioni, le esperienze e i ricordi perdono i loro collegamenti e divengono come i pezzi di un puzzle che ha perso la sua forma.
Solo un lavoro complesso, su più livelli (psichico e corporeo) può costituire un’occasione per riuscire a recuperare stati di integrazione. La possibilità di condividere il ricordo e la sofferenza ad esso connessa, permette alla persona di incominciare a costruire il puzzle, avvicinando i ricordi ad emozioni rimaste congelate, magari per molti anni.
Ciò che il trauma separa (mente e corpo, ricordo e emozione), le terapia deve cercare di ricongiungere.

Il mito di Narciso

narciso
Il mito racconta di narciso, giovane di bellissimo aspetto, che, specchiandosi in una fonte, si innamora perdutamente della sua immagine, tanto da morire di dolore nel momento in cui si accorge di non poterla possedere.
Ma cosa c’è dietro tanta vanità? Forse è meglio non fermarsi al giudizio e cercare di comprendere cosa si nasconde dentro le pieghe di tanta ammirazione di Sé.
Nella nostra società i narcisisti vengono spesso considerati persone vincenti: sono alla moda, frequentano i posti giusti, si vestono come si conviene. Spesso sono considerati presuntuosi e supponenti, persone che “se la tirano” perché dotate di un’autostima eccessiva. In realtà la valorizzazione eccessiva di sé è solo esterna e maschera una profonda insicurezza.
Il narcisismo è infatti un disturbo della personalità che comporta un eccessivo investimento sulla propria immagine, che deriva da una grande ferita infantile a scapito dell’identità vera.
L’individui grandioso, viene ammirato ovunque, e ha bisogno di questa ammirazione, non potrebbe vivere senza. E’ lui stesso ad ammirarsi per i propri successi, la propria bellezza, intelligenza e genialità. Ma se qualcosa di tutto ci viene a mancare, allora è la catastrofe, ed egli finirà in preda di una grave depressione: l’altra faccia della medaglia della grandiosità.
Si è liberi dalla depressione quando l’autostima si radica nell’autenticità dei proprio sentimenti e non nel possesso di determinate qualità. Giorno dopo giorno il narcisista si convince di poter essere ciò che appare e ciò che possiede, confondendo essenza ed immagine. Nel narcisista, contrariamente a quel che si pensa, non vi è amor di sé, ma c’è il culto dell’immagine di sé.
Heinz Kohut, lo psicanalista che dedicò la sua vita a studiare il narcisismo e a curare le ferite di chi ne soffriva, sottolineò come l’essere valorizzati e ritenuti speciali sia uno dei bisogni prioritari del bambino. Secondo l’autore da bambini questi individui si sono sentiti non corrisposti emotivamente, non valorizzati e hanno tentato di vincere la solitudine e la depressione attraverso fantasie eroiche e grandiose. Se il riconoscimento da parte del genitore fallisce, il bambino rimane con una ferita aperta e con un profondo bisogno di sentirsi unico e speciale. Passerà quindi la vita a dimostrare a se stesso e al monto che lui è veramente speciale, con un dispendio di energia enorme e sfibrante. Non avendo potuto godere a suo tempo di quello sguardo autentico e vitale che potesse garantire il suo valore e il suo senso di esistenza, il narcisista, continuerà a cercarlo tutta la vita negli occhi degli altri, condannandosi a piacere agli altri e abbracciando valori che sono quelli socialmente premiati. Non può minimamente mettere in discussione la propria immagine poiché, nel caso, aprirebbero il vaso di Pandora che spalancherebbe le porte su quello che percepiscono come un orribile abisso.
All’interno delle relazioni il narcisista è incapace di curarsi degli altri in senso affettivo, poiché questi vengono visti unicamente come specchi necessari a sostenere la loro immagine grandiosa. Il narcisista è prima di tutto una persona sola, che non può istaurare rapporti autentici perché non conosce i suoi veri sentimenti. E’ in pratica un soggetto che deve “usare” gli altri, sedurli e manipolarli, nel tentativo di asservirli ai suoi bisogni personali. In pratica gli altri non vengono effettivamente considerati, così come un tempo qualcuno non ha considerato lui come persona preziosa e da amare.
Queste persona hanno bisogno di sentirsi comprese ed accettate per quello che sono, esattamente quello che non è accaduto loro da bambini. Il narcisista da piccolo non è stato capito e rispettato nei propri sentimenti, e per guarire deve incontrare qualcuno che sappia comprenderlo e accettarlo per quello che realmente è, che lo accolga nella sua interezza.